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Magie dell'India

Di Marilia Albanese

Tratto dal Notiziario n°15 (Gennaio/Marzo 2014)

In Italia l’interesse per l’India dalla seconda metà del Novecento a oggi è andato progressivamente crescendo ed è uscito dal mondo accademico e degli specialisti per diffondersi in maniera sempre più allargata. Accanto ad un’informazione condizionata dalle mode del momento e dagli stereotipi, si sono moltiplicati gli sforzi per fare conoscere in maniera più corretta e profonda la splendida e variegata
civiltà indiana e, in primo luogo, la sua arte.
Non sono dunque mancate dal dopo-guerra a oggi mostre di grande spessore e fascino su diversi aspetti della cultura dell’India, ma non era ancora stata allestita un’esibizione che spaziasse dalle origini ai giorni nostri, raccogliendo reperti di diversa provenienza e “osando” accostare sacro e profano. Queste due aree, tuttavia, nel sub-continente indiano trascolorano l’una nell’altra, poiché la loro opposizione è più apparente che reale, visto il costante anelito della plurimillenaria cultura dell’India a riconciliare, unificare e trascendere le polarità dell’essere.
La saggezza tradizionale, affinché l’esistenza umana sia significativa e armonica, impone l’impegno etico, ma anche il perseguimento del piacere; sostiene la frugalità, ma non svalorizza la ricchezza; incita al distacco, ma legittima la conquista del potere. I bisogni e gli allettamenti materiali sono presi in considerazione quanto i desideri e le aspirazioni spirituali. Benché il fine ultimo in buona parte della cultura indiana – ma non in tutta! – sia la liberazione e il trascendimento del mondo doloroso e finito, la vita e i suoi istanti preziosi sono ampiamente celebrati, soprattutto nell’arte. Un’arte che al primo sguardo appare sensualmente carnale, nelle figure femminili dalle forme opulente e rotonde come un frutto maturo, ma anche nelle rappresentazioni di asceti, i cui corpi plastici non sono per nulla svuotati dai digiuni e dalle ardue prove. Eppure, le immagini fattesi “carne” nella pietra o nel metallo, quando sono opera di un grande artista sembrano sempre in procinto di smaterializzarsi, come se la loro presenza che tanto spazio condensa fosse solo la visione di un attimo evocata dalla fede, un’apparizione momentanea colta dalla maestria artistica sull’orlo del dissolversi nuovamente. Per questo, salvo pochissime eccezioni, tutte le statue sono di divinità.

Il tempio è il luogo delle sacre rappresentazioni: il rito scandisce un tempo fuori dal tempo e il mito disegna uno spazio oltre lo spazio. Il velo illusorio di maya, il misterioso potere che occulta la Realtà ultima, si alza come un sipario e gli dei prendono corpo, non un corpo individuale e individuato, ma un corpo ideale, la perfezione della forma nell’attimo dell’apparizione. I Signori del cielo non hanno volti distinti, bensì simboli che li connotano: il Divino, uno, unico e ineffabile, si proietta in infinite forme, traboccando nella lila, il gioco misterioso che mette in scena e anima l’esistenza.
Se il tempio è il primo grande palcoscenico della cultura dell’India, la corte è l’altro e il protagonista è in questo caso il sovrano. I due poli – sacro e profano – solo apparentemente sono in opposizione. Il cerimoniale dei templi è simile a quello del palazzo, la figura del re è ammantata di sacralità tanto da renderla divina. Ricca, opulenta e fastosa, a un primo sguardo la corte appare la rappresentazione più terrena e materica della vita. Eppure, a ben guardare, anche in essa vi è la tensione all’immateriale: vesti pesanti intessute d’oro e d’argento, ricoperte di gemme accanto a mussole così leggere da essere impalpabili; armi micidiali trasformate da una delicatissima trama di ricami in agemina, miniature di regali personaggi colti nel massimo della pompa, eppure con sguardi pensosi, persi nell’oltre.
Un continuo rimando tra forma ed essenza, apparire ed essere, materia e spirito che trova la sua massima espressione nell’arte, la via estetica, che offre la degustazione di piaceri sempre più sottili.
Per distillarli l’artista trascende il proprio sentire individuale per farsi veicolo di sentimenti universali: allora la rappresentazione e la fruizione della Bellezza divengono cammino salvifico che porta al di là della materia e del mondo, poiché appieno e fino in fondo se ne è delibato il gusto. Se più nulla resta da esperire, il gioco di maya finisce.