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Invito in Puglia

Tratto dal Notiziario n°18 Aprile-Giugno 2015 

È affermazione consolidata che non si possa parlare di arte pugliese, ma di arte in Puglia, per l’impossibilità di trovare un filo conduttore tra vari e svariati episodi emergenti, in un arco temporale impressionante per la sua vastità.

Nel contempo osserviamo una continuità nei fenomeni insediativi per cui le grandi città romane divengono sedi di vescovadi e di imponenti cattedrali.

Terra di altopiani (il Tavoliere) protesa nel mare, ponte per torme di pellegrini (qualche volta con croce e spada) che si muovevano verso la Terrasanta, per i quali tappa obbligata era il Santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano, grotta già sacra a Calcante.

Questi rapporti con l’oriente generano e si materializzano nel Colosso bronzeo di Barletta o nell’edificio monumentale di San Leucio a Canova, ricco di mosaici pavimentali.

Con l’ottica attuale negli studi di Storia dell’Arte e della Civiltà troveremo agevolmente degli antecedenti autonomi pur nell’ambito di influssi esterni, quali le Stele Sipontine, le ceramiche Daunie, l’architettura templare a Taranto e Metaponto, la ceramica a figure rosse che accoglierà l’eredità di quella attica.

Roma arriverà con le sue strade, le vie Appia e Traiana, di cui ammiriamo le colonne terminali.

Ma è dall’XI° secolo che esplode la vera e propria arte della Puglia, nel quadro di un vasto rinnovamento.

Le cattedrali di Bari, Canosa, Siponto, Trani, Molfetta, arricchite di scultura già padrona di un linguaggio maturo e complesso, memore anche della tradizione bizantina, con apporti, tramite di Longobardi, Carolingei-Ottomani, sempre con uno sguardo al di là del mare, verso oriente e con esperienze francesizzanti, normanne.

In questa congenie culturale si innesta, nel 1220 il regno di Federico II° di Svevia, la cui corte fu per decenni, polo di attrazione e di cui basti ricordare Castel del Monte, gioiello di cristallo sfaccettato, incastonato su un nudo colle delle Murge (e che vedete nell'immagine dell'articolo).

Angioini ed Aragonesi influiranno il gotico, nelle versioni di Benedettini, Cistercensi e Francescani, con iconografie derivate dall’arte di Napoli ed Italia centrale.

Nel 1500 l’influenza di Venezia si fa significativa, con presenze del Veronese e del Tintoretto e di famosi lapidici dell’alta costa dell’Adriatico.

Lo sviluppo di questa congenie artistica  ci porterà, nel Salento, nei due secoli successivi, grazie alle grandi famiglie feudatarie di Napoli, a quella forma autonoma e coerente detta “barocco leccese” che investe l’architettonica, la scultura decorativa, le arti minori.

È la forma artistica che nella decorazione fastosa e sovrabbondante, nei colori mielati al tramonto, definisce un’esplosione di vitalità e ricchezza, caratteri che identificano questa terra meravigliosa.

Giandomenico Belvederi