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Capodanno a Palmira

Di Alessandra Lelli

Tratto dal Notiziario n°20 (Marzo/Giugno 2016)

Parziale vista del sito archeologico di PalmiraCi pensavo la notte di San Silvestro, pochi mesi fa, quando il 2015, annus horribilis, ci ha lasciato. Mi è venuto in mente un altro Capodanno di alcuni anni fa, pochi, davvero pochi se ci si pensa, ma sufficienti a catapultare il mondo in una specie di universo parallelo nel quale è impossibile riconoscere il mondo di prima.

Era il 31 dicembre del 2009 e noi eravamo a Palmira. Arrivati all’ora del tramonto, avevamo bevuto il tè ai tavolini dell’Hotel Zenobia, dentro il parco archeologico, mentre le ombre si Arco di Palmiraallungavano e il cielo si tingeva di arancio e malva, e poi di un pallidissimo verde. L’Arco famoso (che adesso non esiste più) galleggiava su una nebbiolina leggera e pian piano si accendevano i lampioni.

Non che il nostro gruppo alloggiasse in quello storico hotel, che aveva conosciuto i viaggiatori di una volta, quelli che si portavano dietro bauli, servitori e il servizio da tè col monogramma. Il nostro Tour Operator ci aveva sistemato in un albergo anonimo nel centro del paese; così, quando venne buio, andammo a fare un giro lungo la strada principale, un viale di palme impolverate su cui si aprivano negozietti e stazionavano venditori di datteri e di succo di melagrana (saranno passate dì lì le Toyota degli assassini?). Non mancavano pasticcerie, certo non rutilanti come le nostre, ma con dolci di tutto rispetto e decorazioni natalizie, con tanto di auguri di Happy New Year un po’ dappertutto.

In uno di questi negozietti mio marito ed io comprammo cartoline e francobolli, e il venditore mi regalò, chissà perché, un paio di orecchini di filigrana a forma di babbucce; poi tornò a sedersi davanti al negozio assieme a un anziano e a due bambini, intorno a un bidone pieno di brace, e insistè perché ci accomodassimo anche noi. La conversazione, parte in inglese elementare, parte in italiano maccheronico per turisti, non fu il massimo, ma riuscimmo a capire che l’anziano era il nonno dei bambini, che si chiamavano Abdullah e Ibrahim (che adesso non andranno più a scuola, e chissà che fine hanno fatto).

Il nostro hotel non prevedeva nessun cenone di Capodanno. La nostra guida ci propose una festa beduina (per turisti, ovviamente) che si teneva in una tenda nell’oasi, ma l’idea non piacque a nessuno. Così finì che verso le undici, nel silenzio del paese ormai deserto e con la luna che illuminava le rovine, tornammo tutti all’Hotel Zenobia, nel suo bar accogliente e vecchio stile, che era il posto dove volevamo essere allo scoccare del 2010. La guida parlamentò con giovanotto distinto, che confabulò con due o tre ragazzi dalle mansioni non ben definite, ed ecco, si materializzarono torte multistrato più che sufficienti per trenta italiani arrivati senza preavviso che volevano far festa, e quando la TV diede il segnale orario vennero stappate bottiglie di spumante di provenienza incerta, e ci furono auguri tra perfetti sconosciuti (alcuni bevevano aranciata, e andava bene così).

Poi ci avventurammo tra le rovine (che adesso sono tutte minate), e alla luce incerta dei lampioni, badando a dove mettevamo i piedi, arrivammo incantati al tempio di Bel (che adesso è un cumulo di macerie). La mattina dopo, quando visitammo il tempio, feci una cosa che non ho l’abitudine di fare: raccolsi un sasso (piccolo!) e me lo misi in tasca. Ce l’ho qui davanti agli occhi, una scheggia oblunga color giallo rosato, che sui piani di rottura sembra spolverata di zucchero. Mi ricorda quel Capodanno in Palmira, quando il mondo sembrò proprio un posto dove valeva la pena di stare.

Tempio di Bel