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Theatron

Di Vania Polmonari

Tratto dal Notiziario n°21 (Ottobre 2016 / Gennaio 2017)

In un’afosa serata estiva, ripensando al bel viaggio sociale effettuato lo scorso giugno, mi è tornato alla mente quello di una decina di anni fa nella parte occidentale della stessa isola, la Sicilia. La prima immagine ricordata è stata quella dei templi di Segesta, Selinunte, Agrigento meravigliose architetture sacre, mentre in quest’ultimo percorso non i templi, bensì i teatri, di Siracusa di Taormina e Palazzolo Acreide, tutte colonie di fondazione greca, hanno fatto da leitmotiv del nostro itinerario. Certo è che il teatro in epoca classica assunse un ruolo di grande rilievo, tanto da imporsi come una delle forme edilizie più caratteristiche dell’urbanistica ellenica. Le origini religiose e la funzione politica e sociale delle rappresentazioni teatrali fanno di queste costruzioni elementi sempre presenti nella dotazione monumentale di ogni città greca. Erano aree destinate allo svolgimento di ciò che per il cittadino era un vero e proprio rito collettivo. Gli abitanti delle città a destra, quelli della campagna a sinistra secondo una convenzione modellata sulla disposizione del teatro di Dioniso ad Atene, in cui lo spettatore seduto sulle gradinate aveva a sinistra la campagna ed a destra l’Agorà , il porto del Pireo ed il mare. Varie le opere rappresentate nei teatri, la tragedia in particolare, strettamente legata alla realtà contemporanea per eventi e temi trattati, era propedeutica al raggiungimento dell’ideale greco del “kalos kai agathos”, “bello e buono” che esprimeva la nobiltà d’animo, la compostezza negli atteggiamenti, la bellezza fisica come riflesso dell’interiorità di ogni buon cittadino. La drammaturgia, la letteratura, l’arte stabilirono i canoni espressivi ed artistici del mondo della cultura ed il ruolo degli intellettuali all’interno della società civile, canoni che ancora oggi caratterizzano la cultura occidentale. L’importanza del teatro era tale che, per permettere anche ai cittadini meno abbienti di partecipare agli spettacoli durante le maggiori festività, fu istituito il “teorico”, sussidio di 2 oboli al giorno creato a tal fine. Significativo l’aneddoto tramandatoci da Plutarco, secondo cui alla fine della Guerra del Peloponneso, i tebani chiesero agli spartani vincitori di radere al suolo Atene, essi rifiutarono poiché la commozione nell’ascoltare il primo coro dell’Elettra di Euripide li indusse a rinunciare all’idea: pareva troppo crudele distruggere una città capace di produrre simili poeti. Anche per gli antichi abitanti di Lipari, ultima incantevole tappa del nostro viaggio, la magia del teatro fu grande, poiché sentirono la necessità di dotare le loro tombe di piccole terrecotte rappresentanti le maschere della tragedia, del dramma satiresco e della commedia; maschere che gli attori del teatro greco sempre portavano sul volto quando recitavano, oppure statuette di attori comici di satiri e sileni, e persino pseudo-ritratti di famosi scrittori come Sofocle ed Euripide. Queste piccole terrecotte rivelano la stretta connessione con il culto dei defunti e con le credenze relative al mondo ultraterreno. Dioniso dio del vino, dell’ebrezza, dell’estasi che dona gioia a banchetti e riunioni conviviali, ma anche dio del teatro che in Grecia sorse in suo onore, prometteva a coloro che erano iniziati ai suoi misteri le eterne beatitudini nell’aldilà, prefigurazione questa del nostro paradiso terrestre. Assistendo nel teatro greco di Siracusa, alla tragedia dell’Elettra di Sofocle, alcuni di noi hanno potuto apprezzare uno spettacolo che, a secoli di distanza dalla sua creazione, in uno scenario di grande suggestione e fascino, ha saputo trasmettere valori sempre attuali facendoci vivere emozioni condivise con tanti sconosciuti spettatori a noi vicini, ma mi piace pensare, anche con i tanti antichi spettatori che ci hanno preceduto nel passato, seduti su quelle pietre gloriose.