Amici del Museo Civico Archeologico di Bologna - Esagono

Associazione Culturale fondata nel 1964

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Articoli vari

Sintesi e descrittivi delle conferenze dell'Associazione ed articoli e notizie di varia natura, anche non per forza direttamente collegate all'Associazione Amici del Museo Civico Archeologico di Bologna - Esagono o al Museo Civico Archeologico di Bologna.

Malta, la rosa dei venti e l'affascinante marinaio

Di Daniela Bertocchi

I Greci la chiamarono Μελίτη (Melitē), che significa "dolce" nell'821 A.C.  e gli Arabi Malita.

Si ipotizza che i Greci la chiamassero così per la sua quantità di api autoctone, che producevano in abbondanza miele (μέλι è il termine greco che significa miele). Secondo un'altra ipotesi, la parola "Malta" potrebbe invece derivare dall'antica parola della lingua fenicia "malit", che letteralmente significa "montagna". Altri sono dell'opinione invece che l'isola sia stata così chiamata in onore della ninfa Melite, una delle Naiadi, figlia di Nereo e di Doride. Non manca infine chi sostiene che il toponimo possa derivare dall'ebraico Malet, il cui significato è rifugio, ricovero, asilo, cosa possibile, vista la posizione geografica dell'isola. Gli antichi Romani assunsero il nome greco per riferirsi all'isola, chiamandola anch'essi Melita, ma sono tutte supposizioni in quanto non esiste una documentazione scritta.

LA ROSA DEI VENTI

La rosa dei venti è un diagramma, apparentemente molto semplice, che rappresenta la provenienza dei venti. Il suo nome deriva dalla disposizione dei rombi, sovrapposti come i petali di una rosa. La riproduzione a noi più nota è quella ad 8 punte, ognuna delle quali identifica un punto cardinale (primario o secondario) ed un vento caratteristico del mar Mediterraneo.

Ai tempi di Omero, la navigazione mediterranea, si svolgeva prevalentemente utilizzando punti di riferimento costieri noti e visibili, mentre, nelle rare traversate in alto mare, era generalmente sufficiente osservare la posizione del sole o delle stelle. In caso di cielo coperto, invece, l’unico aiuto ai naviganti era rappresentato dalla propria conoscenza dei venti che, spirando da direzioni generalmente costanti, permettevano di seguire le rotte desiderate.  I greci furono i primi ad orientarsi con ben otto venti (Boreas il Nord; Kaikias il Nord-Est; Apeliotes, l’Est; Euros, il Sud-est; Notos, il Sud; Lips, il Sud-Ovest; Zephyros, l’Ovest; e Skiron il Nord-Ovest) e generalmente facevano coincidere ogni vento con la direzione da seguire per una particolare rotta. La Torre dei Venti d’Atene era considerata un enorme rosa dei venti sulla quale, otto creature semidivine indicavano le direzioni dei venti.

Plinio, studioso romano ed esperto di navigazione, riprese gli studi ellenici e rappresentò una Rosa dei Venti ad 8 punte specifica per i naviganti, nel I secolo d.C.. poi, fu il primo a tradurre i nomi in latino.

Solo nell’anno 1000 però ci fu un nuovo progresso delle tecniche di navigazione ed una nuova evoluzione della rosa dei venti, dovuto al crescente traffico commerciale con l’Oriente, che stimolò il perfezionamento dei sistemi di navigazione in generale; anche se la creazione di una bussola efficace da impiegarsi a bordo delle navi, molto probabilmente risale solamente al XIII secolo, dimostrato dall’esistenza di una carta nautica con una rosa dei venti divisa in ben 64 settori, ottenuti dividendo gli otto venti classici (ormai nominati, da Nord in senso orario: Tramontana, Greco, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestro) in quattro Quarte ciascuno. I nomi dei venti, tuttora in uso,  derivano dal fatto che, nelle prime rappresentazioni cartografiche,  la rosa dei venti era raffigurata al centro del Mar Ionio oppure vicino all’isola di Malta. Questo pertanto, divenne sia il punto di riferimento per indicare la direzione di provenienza del vento,  sia un ausilio per l’orientamento delle navi (che anticamente erano spinte solo dai venti portanti). In quella posizione, le navi che provenivano da “NE” giungevano approssimativamente dalla Grecia, da cui il nome Grecale; da “SE” giungevano navi provenienti dalla Siria, da cui il nome Scirocco; a “SO” vi è la Libia da cui il nome Libeccio. Da “NO” giungevano invece le navi salpate da Roma (Magistra) ed essendo la via “maestra”, quella che conduceva a Roma, il vento proveniente da Nord-Ovest prese il nome di Maestrale. Ai tempi in cui Venezia era la repubblica marinara dominante nel Mediterraneo orientale, la rosa dei venti era posizionata invece sull’isola greca di Zante. In questo caso la Tramontana proveniva dai monti dell’Albania e, la via maestra che dava il nome al Maestrale, indicava la via per Venezia. Infine, il nome Ostro, che indica il vento proveniente da sud, deriva dal latino Auster (vento australe).

IL MARINAIO

Corto Maltese (il cui nome, come dichiarò Pratt, appartiene all'argot andaluso e significa "svelto di mano") nasce il 10 luglio 1887 a La Valletta, nell'isola di Malta. Il padre è un marinaio inglese di Tintagel in Cornovaglia, nipote di una strega dell'Isola di Man; sua madre è una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres. Studia alla scuola ebraica di La Valletta e in seguito a Cordova, dove il rabbino Ezra Toledano, amante della madre, lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabbala. Quando, durante la sua permanenza a Cordova, una cartomante si accorge che Corto non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto Maltese prende un rasoio d'argento di suo padre e se ne incide una da solo. Il primo riferimento sulla sua vita sarebbe un ricordo di Joseph Conrad che racconta di un giovane marinaio maltese, imbarcato come mozzo sulla "Osborn", nave sotto il comando dello scrittore che faceva servizio sulla tratta Australia-Inghilterra.

Quando gli arabi vivevano sull'acqua

Di Alessandra Lelli

All’indomani della seconda Guerra del Golfo, subito dopo la caduta di Saddam Hussein, mi colpì un articolo di un quotidiano, corredato di bellissime foto, che informava che varie organizzazioni internazionali si stavano adoperando per ripristinare uno degli habitat più rari e più antichi del mondo, quello delle Paludi dello Shatt-el-Arab, nell’Iraq meridionale, distrutto negli anni ‘80 dai prosciugamenti voluti dal dittatore e dalla conseguente deportazione della popolazione originaria, sciita, che si supponeva nemica del regime.

Oggi, a parecchi anni di distanza, mi è capitato sottomano un libro (Wilfred Thesiger: Quando gli Arabi vivevano sull’acqua, 2004 Neri Pozza) la cui prima edizione risale al 1964, che tratta appunto delle Paludi e del loro popolo, così come lo vide e lo conobbe Wilfred Thesiger, uno di quei grandi viaggiatori inglesi che, dopo Eton e Oxford e un servizio più o meno lungo nell’amministrazione imperiale, si davano al viaggiare per curiosità e irrequietezza. Thesiger trascorse nelle Paludi vari mesi all’anno negli anni tra il 1951 e il ’58, ritornandovi perché, come ci dice lui stesso, ci stava bene.

Viaggiava leggero, Thesiger, munito di qualche lettera di presentazione, un taccuino per gli appunti, un fucile e uno scatolone di medicinali, con i quali, lui che medico non era, curava i malanni dei Ma’dan (il popolo delle Paludi) e praticava perfino le circoncisioni.  Con i Ma’dan divideva uno stile di vita semplice, immutato come minimo da cinquemila anni. Veniva ospitato con principesca generosità nella Casa Comune (Madhif) del villaggio, una costruzione di canne palustri che fungeva da luogo di ritrovo e da alloggio per gli ospiti. La bellezza di questi Madhif, di cui esistono molte foto, lascia senza fiato; da notare che costruzioni di canne proprio tali e quali si vedono raffigurate su rilievi sumerici del 3000 a.C.

La vita della gente era poverissima, almeno per i nostri standard: per ogni famiglia un isolotto grande come un fazzoletto, una capanna di canne (materia prima universale), un bufalo, una barca. Ma intorno, un’abbondanza favolosa di selvaggina e di pesci; ai margini delle Paludi, campi di grano, orzo e riso. L’articolo, ricordo, intitolava: “L’Eden era qui?”, e lo stesso interrogativo se lo sono posto archeologi e storici. Può darsi; tuttavia la vita nelle Paludi era faticosa, non mancavano animali pericolosi (qualcuno sostiene che vi fossero ancora leoni all’inizio del secolo scorso) e tra gli umani potevano scatenarsi faide sanguinose. Però bastava che qualcuno percuotesse un tamburo o intonasse una canzone perché in pochi minuti arrivassero barche da tutte le parti e il madhif si riempisse di uomini che venivano a cantare o ad ascoltare o a bere l’immancabile e fortissimo caffè. Le canzoni, inventate su due piedi da chiunque ne avesse voglia, parlavano di caccia, di avventure e disavventure, quasi sempre reali, e godevano di un’immediata popolarità destinata a durare qualche settimana, fino alla comparsa di nuovi temi e nuove canzoni.

Thesiger concludeva il suo libro con la triste previsione del prosciugamento delle Paludi. Quando è morto, nel 2003, non poteva sapere che sarebbero state in parte recuperate. A cura dell’UNESCO, del governo americano, di fondazioni internazionali pubbliche e private, ne è stato ripristinato un 20%, dove la popolazione è ritornata e vorrebbe fermamente restare, nonostante i progetti del governo turco, che con la costruzione di dighe si avvia a ridurre drasticamente la portata dell’Eufrate, con le conseguenze che si possono immaginare. Se a ciò si aggiunge il clima sempre più siccitoso e il generale marasma che ha travolto la regione dei due fiumi, l’ottimismo con cui era stato salutato il ritorno dei Ma’dan nelle Paludi sembra, purtroppo, ingiustificato. Purtroppo la desertificazione delle Paludi millenarie appare ormai come un processo irreversibile.

P.S. Se su Internet cercate “Marsh Arabs” vedrete delle foto meravigliose di questo popolo e del suo mondo.

Questa estate, il Direttivo della nostra Associazione aveva voluto tenervi compagnia nonostante la consueta sosta nei mesi centrali dell'anno.

A Giugno quindi, alla fine della stagione Culturale 2015/2016 i Soci  e tutti gli interessati avevano ricevuto un breve pamphlet contenente alcuni semplici giochi enigmistici, tra cui un cruciverba basato largamente sulle attività passate della Associazione.

Il nostro piccolo libercolo enigmistico è, per chi ancora non lo avesse e fosse interessato, scaricabile a questo link: "E...state con l'Esagono".

L'estate è passata e quindi coloro i quali si siano cimentati con i nostri enigmi, e vogliano leggere le soluzioni, possono farlo ora, accedendo al link delle Soluzioni.

Possono antichi reperti egiziani ispirare l'arte più recente (se non addirittura quella moderna) lasciando un'impronta indelebile nell'artista e nell'attento fruitore di opere differenti, riuscendo a dare il medesimo segnale attraverso due rappresentazioni similari per il soggetto ma estremamente differenti per i metodi utilizzati nella realizzazione? La risposta parrebbe essere si.

Vi segnaliamo quanto condiviso anche dal Museo Civico Archeologico di Bologna  (http://www.museibologna.it/archeologico/articoli/50081/offset/0/id/87088) su una indicazione fatta da un visitatore della mostra "Egitto Splendore Millenario", facendo i nostri più vivi e sinceri complimenti a chi si è accorto di tanta incredibile somiglianza in due opere così difformi per realizzazione e stile.

Ecco quanto riportato dal sito ufficiale del Museo:

"Rimasto particolarmente colpito da uno degli oggetti esposti in mostra ne ha trovato - e ci segnala - una sua fedele reinterpretazione moderna, opera di Franz Marc, uno dei padri dell'espressionismo tedesco.

Giudicate anche voi:

- sopra, il rilievo con asini, datato alla V dinastia (2504-2347 a.C.), in calcare, proveniente dalla necropoli di Saqqara e ora conservato al RMO-di Leiden. La lastra, accuratamente scolpita a bassorilievo, raffigura un gruppo di nove asini, che in origine doveva far parte di una più ampia raffigurazione a tema agricolo.

- sotto, Eselfriers (Affresco d'asini), olio su tela del 1911 di Franz Marc

 

 

Sembra davvero fuor di dubbio che Marc abbia visto  in prima persona il rilievo egiziano (che dal 1828 fa parte delle collezioni del Museo di Leiden) e ne sia rimasto impressionato al punto da riprenderlo puntualmente nel suo dipinto.

Questi asini hanno viaggiato davvero molto lontano nel tempo e nello spazio.

 

Caffè al Museo…ovvero riscoprire le bellezze e le curiosità del Museo Civico Archeologico di Bologna


E’ bello trovarsi tra amici a parlare e confrontarsi, su interessi comuni, magari attorno ad un tavolo, (o perché no) in un luogo meraviglioso conosciuto ma pur sempre pieno di misteri e curiosità.

E’ nata così questa iniziativa domenicale…

Il secondo appuntamento si è tenuto il 6 Marzo e ha visto una significativa partecipazione di soci dell’associazione. I temi scelti per questo appuntamento sono stati 

  1. L’iconografia del mito di Ercole negli oggetti esposti
  2. La guerra di Troia
  3. Quali oggetti  delle collezioni sono più rappresentativi della storia del nostro territorio
Eracle che brandisce la clava, e porge i pomi del giardino delle Esperedi conquistate in una delle 12 fatiche - Bronzo 400 A.C. - Santuario di Villa Cassarini - Bologna  Stele funeraria nella cui parte inferiore è rappresentato il suicidio di Aiace - Arenaria IV secolo A.C. - Necropoli del Polisportivo. Corredo funerario tra cui il premio dei giochi ad Atene - 440 – 435 A.C. - Necropoli Arnoaldi Tomba 110 detta delle Anfore Panatenaiche

La visita è durata quasi 2 ore, come una caccia al tesoro dove si è cercato di individuare nei vasi e nelle steli funerarie il nostro cercare…Non paghi del risultato ci si è “allungati” lungo il percorso Etrusco pieno di oggetti meravigliosi, provenienti dalle necropoli sparse tra la città ed i suoi dintorni soffermandoci sulla conosciutissima (ma pur sempre meravigliosa) Tomba dell’Atleta. Il tempo ci è scappato e,  alla fine ci siamo salutati con l’impegno di vederci presto, con la voglia di approfondire ancora meglio la nostra conoscenza di questo meraviglioso museo e della città che lo racchiude… “Una chicca ripiena”.

Giulio Vitali