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Quando gli arabi vivevano sull'acqua

Di Alessandra Lelli

All’indomani della seconda Guerra del Golfo, subito dopo la caduta di Saddam Hussein, mi colpì un articolo di un quotidiano, corredato di bellissime foto, che informava che varie organizzazioni internazionali si stavano adoperando per ripristinare uno degli habitat più rari e più antichi del mondo, quello delle Paludi dello Shatt-el-Arab, nell’Iraq meridionale, distrutto negli anni ‘80 dai prosciugamenti voluti dal dittatore e dalla conseguente deportazione della popolazione originaria, sciita, che si supponeva nemica del regime.

Oggi, a parecchi anni di distanza, mi è capitato sottomano un libro (Wilfred Thesiger: Quando gli Arabi vivevano sull’acqua, 2004 Neri Pozza) la cui prima edizione risale al 1964, che tratta appunto delle Paludi e del loro popolo, così come lo vide e lo conobbe Wilfred Thesiger, uno di quei grandi viaggiatori inglesi che, dopo Eton e Oxford e un servizio più o meno lungo nell’amministrazione imperiale, si davano al viaggiare per curiosità e irrequietezza. Thesiger trascorse nelle Paludi vari mesi all’anno negli anni tra il 1951 e il ’58, ritornandovi perché, come ci dice lui stesso, ci stava bene.

Viaggiava leggero, Thesiger, munito di qualche lettera di presentazione, un taccuino per gli appunti, un fucile e uno scatolone di medicinali, con i quali, lui che medico non era, curava i malanni dei Ma’dan (il popolo delle Paludi) e praticava perfino le circoncisioni.  Con i Ma’dan divideva uno stile di vita semplice, immutato come minimo da cinquemila anni. Veniva ospitato con principesca generosità nella Casa Comune (Madhif) del villaggio, una costruzione di canne palustri che fungeva da luogo di ritrovo e da alloggio per gli ospiti. La bellezza di questi Madhif, di cui esistono molte foto, lascia senza fiato; da notare che costruzioni di canne proprio tali e quali si vedono raffigurate su rilievi sumerici del 3000 a.C.

La vita della gente era poverissima, almeno per i nostri standard: per ogni famiglia un isolotto grande come un fazzoletto, una capanna di canne (materia prima universale), un bufalo, una barca. Ma intorno, un’abbondanza favolosa di selvaggina e di pesci; ai margini delle Paludi, campi di grano, orzo e riso. L’articolo, ricordo, intitolava: “L’Eden era qui?”, e lo stesso interrogativo se lo sono posto archeologi e storici. Può darsi; tuttavia la vita nelle Paludi era faticosa, non mancavano animali pericolosi (qualcuno sostiene che vi fossero ancora leoni all’inizio del secolo scorso) e tra gli umani potevano scatenarsi faide sanguinose. Però bastava che qualcuno percuotesse un tamburo o intonasse una canzone perché in pochi minuti arrivassero barche da tutte le parti e il madhif si riempisse di uomini che venivano a cantare o ad ascoltare o a bere l’immancabile e fortissimo caffè. Le canzoni, inventate su due piedi da chiunque ne avesse voglia, parlavano di caccia, di avventure e disavventure, quasi sempre reali, e godevano di un’immediata popolarità destinata a durare qualche settimana, fino alla comparsa di nuovi temi e nuove canzoni.

Thesiger concludeva il suo libro con la triste previsione del prosciugamento delle Paludi. Quando è morto, nel 2003, non poteva sapere che sarebbero state in parte recuperate. A cura dell’UNESCO, del governo americano, di fondazioni internazionali pubbliche e private, ne è stato ripristinato un 20%, dove la popolazione è ritornata e vorrebbe fermamente restare, nonostante i progetti del governo turco, che con la costruzione di dighe si avvia a ridurre drasticamente la portata dell’Eufrate, con le conseguenze che si possono immaginare. Se a ciò si aggiunge il clima sempre più siccitoso e il generale marasma che ha travolto la regione dei due fiumi, l’ottimismo con cui era stato salutato il ritorno dei Ma’dan nelle Paludi sembra, purtroppo, ingiustificato. Purtroppo la desertificazione delle Paludi millenarie appare ormai come un processo irreversibile.

P.S. Se su Internet cercate “Marsh Arabs” vedrete delle foto meravigliose di questo popolo e del suo mondo.