Amici del Museo Civico Archeologico di Bologna - Esagono

Associazione Culturale fondata nel 1964

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Visite dei Soci

Visite dei soci a mostre e luoghi di interesse, poi raccontate sul sito dell'Associazione.

Affresco della Villa di Livia a Prima Porta

Quando si va a Roma e si vuole andare in un museo, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solitamente si è inevitabilmente attratti dai Musei Capitolini e dai Musei Vaticani. Vale la pena ricordare però, anche il Museo Nazionale Romano, che si divide in cinque differenti sedi: Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps, Crypta Balbi, Terme di Diocleziano e Museo del Palatino. Per chi apprezza particolarmente statue,  affreschi o monete, Palazzo Massimo è assolutamente da non perdere, perché può vantare veri e propri capolavori.

Uno di questi è proprio quello di cui vogliamo parlarvi, a Palazzo Massimo è custodito l’affresco “del giardino” della villa di Prima Porta (poco fuori Roma), che ci è stata tramandata dalle fonti come la Villa di Livia “ad gallinas albas”, per via di un prodigio avvenuto alla moglie dell’Imperatore: un’aquila lasciò cadere sul grembo di Livia una gallina bianca con un ramo di alloro stretto nel becco; seguendo questo buon auspicio, era quindi stata costruita la villa e piantato un laureto.
Scoperti nel 1863 e subito documentati con disegni acquerellati e portati fin dal 1951/52 al Museo Nazionale Romano, questi affreschi sono un vero e proprio unicum archeologico; sono infatti pochi gli esempi di pittura antica arrivati fino a noi in così buone condizioni, se si considerano le dimensioni della stanza (5,90x11,70 metri), le pochissime lacune dell’affresco, l’importanza della Villa (che era villa imperiale) ed il fatto che questo sia il più antico affresco del suo genere, databile tra il 40 ed il 20 avanti Cristo, si capisce perchè siano così speciali da essere ritenuti "unici".
La stanza da cui provengono queste pitture, che in antichità non aveva finestre, è un vero e proprio seminterrato e si raggiunge attraverso un'apposita scalinata e probabilmente nel soffitto a botte, si apriva un lucernaio che illuminava la stanza. Uno dei motivi che hanno aiutato l’affresco ad arrivare fino ai nostri giorni in così buone condizioni, è l'essere stato dipinto su intonaco applicato su tegole che erano staccate dal muro, in questo modo l’intercapedine d’aria ha potuto difendere le pitture dall’umidità.

Raccontata brevemente la storia, veniamo ora all’opera vera e propria.
Il giardino viene dipinto su tutta la grandezza dei muri, partendo dalla fine della volta a botte, fino ad arrivare al pavimento, senza elementi architettonici verticali e senza la minima presenza dell’uomo. Appare forte e voluto il contrasto tra una stanza sostanzialmente sotterranea e chiusa ed il soggetto dipinto, un giardino aperto, arioso e spazioso.
Gli unici elementi architettonici presenti nell’affresco sono le due recinzioni. La prima appare  come una staccionata di canne che delimita il punto di osservazione con l’area “verde”, mentre la seconda è una balaustra in marmo che delimita lo spazio per una ipotetica “ambulatio” (inclusa tra le due recizioni) ed il giardino vero e proprio.Tra i due elementi architettonici, si trovano piccoli arbusti e la balaustra marmorea mostra rientranze (una per lato della sala) al cui interno si trova un albero per ogni rientranza.
Guardando oltre l’ultima recinzione, troviamo una grande quantità di alberi, pieni di fiori e frutti, ed uccelli, che si sviluppano su tre differenti registri: in primo piano flora e fauna sono dipinti con accuratezza incredibile, che permette addirittura di fare un’analisi botanica ed ornitologica del giardino. In un secondo piano ci sono piante distinguibili (soprattutto allori) e piante meno chiare; infine sullo sfondo ci sono piante non più distinguibili, che servono solo a fare da fondale. Questa scalatura nelle osservazioni dei dettagli, unita alle due recinzioni, dona una notevole profondità spaziale al dipinto e quindi al giardino.
Queste stesse caratteristiche, donano poi un percorso di osservazione dell’affresco che si divide in due tempi: prima si ha una visione d’insieme, grazie alle recizioni ed alla profondità del giardino, poi avviene il tentativo di riconoscimento delle varie specie animali e vegetali dipinte.

Il dipinto è più un “catalogo ornitologico-botanico” che non la descrizione di un reale giardino, vista la presenza di troppe varietà di piante ed uccelli ed il fatto che ci siano fiori e frutti che non crescono negli stessi periodi dell’anno. Tra gli alberi in primo piano e quelli indistinti del folto del giardino, spesso si possono vedere degli allori, che richiamano nuovamente al laureto impiantato da Livia. Visto che l’alloro che veniva usato per festeggiare le vittorie era prelevato proprio da questi boschi (Plinio, Svetonio e Cassio Dione concordano che arrivassero da un laureto presso Prima Porta) si potrebbe anche pensare che quegli allori facessero riferimento anche alle vittorie di Ottaviano e che il giardino perennemente fiorito poteva  avere un valore augurale per la famiglia e la stirpe imperiale. Nella villa in fondo è stata ritrovata la statua di Augusto detta di Prima Porta che ha forti caratteristiche propagandistiche, il che rende credibile che anche questo affresco potesse rientrare nella propaganda augustea; il fatto poi che gli allori siano in secondo piano, si addice perfettamente all’astuzia con cui Ottaviano era solito farsi propaganda.

Fonte: “La villa di Livia - Le pareti ingannevoli” di Salvatore Settis. Ed. Electa

Oreficerie “etrusche” dell'800. La collezione Castellani.

Nelle splendide sale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma le “oreficerie” suscitano da sempre un vivo interesse nel pubblico dei visitatori. In tutto esse assommano a circa 1500 oggetti, tra “antichi” ovvero archeologici, e “moderni” prodotti cioè nel XX secolo dagli orafi Castellani, il cui epigono Alfredo, più mecenate che orafo, volle donare ora al Museo Nazionale Romano, ora al Museo di Villa Giulia.

I Castellani “orafi” rappresentano non solo una testimonianza di raffinata produzione artigianale, ma anche un capitolo di storia del collezionismo dell'8-900.

E' Fortunato Pio, capostipite della famiglia, che inizia ad acquistare esemplari archeologici isolati, da usare quali modelli “ispiratori”, per una più ampia gamma di produzione di gusto neoclassico, nella seconda metà dell'800.

L'impulso al collezionismo nasceva però dall'episodio della vendita della collezione del Marchese Campana, la cui redazione del catalogo fu curata proprio da Castellani.

Fortunato Pio apre un negozio a Roma in Via del Corso, stringe amicizia con noti studiosi con i quali studia i processi chimici per ottenere il cosidetto oro giallone, dall'intenso colore giallo dei gioielli antichi, inoltre acquisisce la raffinata tecnica della granulazione.Si lega a Michelangelo Caetani, Duca di Sermoneta, ed avvia una fortunata carriera, con acquisti di preziosi antichi.

Gli saranno accanto i figli Augusto ed Alessandro, fondando di fatto una famiglia-dinastia.

Tutti profondi conoscitori della loro arte, scelsero i loro acquisti con occhio di connaisseur, con notevoli capacità di distinguere il vero dal falso. Ancora oggi, sul mercato antiquario e nelle vendite d'asta, compaiono splendidi esemplari usciti dalla bottega Castellani, ben riconoscibili dallo stile e dal gusto della famiglia e dal marchio di fabbrica: due lettere C intrecciate tra loro.

Giandomenico Belvederi

 

 

E' inoltre notizia di pochi giorni fa, il furto avvenuto proprio nel Museo etrusco a Villa Giulia a Roma. Il colpo è fruttato alcune collane che erano riproduzioni di una parte delle collezione di gioielli dell' '800, ma i ladri (probabilmente non dei professionisti) hanno lasciato nel museo degli oggetti di molto più alto valore. Difficile sarà però scoprire chi sia stato a fare il colpo, dato che le immagini delle telecamere sono offuscate per l'effetto di fumogeni accesi dai ladri.

"L'occhio di Masaccio", ecco un bell'esempio di come raccontare, in maniera coinvolgente, la storia e l'arte.
Il video nasce da un' idea di Paola Pacetti che ne cura anche la scenografia. Paola Pacetti, bolognese D.O.C., da molti anni è impegnata nel campo della divulgazione scientifica e della salvaguardia del patrimonio artistico in Italia, nonchè ideatore e direttore dell'Associazione "Museo dei Ragazzi" a Firenze dove ha avuto anche incarichi di consulenza per il sistema museale civico.
Il video è dedicato al ciclo pittorico della Cappella Brancacci nella Chiesa di S. Maria del Carmine di Firenze, dove è raffigurata la storia della vita di S. Pietro. La chiesa, fondata nel 1268 come oratorio dove venerare l'immagine della Madonna del Carmine, è da subito meta di fedeli che nel corso degli anni contribuiscono a ingrandirla e ad arricchirla. Molti sono i devoti, anche facoltosi, che la frequentano, come il ricco mercante Pietro Brancacci che è titolare di una cappella fin dal 1386. A seguito delle sue disposizioni testamentarie il figlio Felice Brancacci, mercante di sete e console del mare, fa costruire la cappella nel transetto destro della chiesa e nel 1422 ne diventa patrono. E' nel 1424 che commissiona ai pittori Masolino da Panicale e a Tommaso Cassai, detto Masaccio, la decorazione della cappella con il ciclo dedicato alla rappresentazione della vita di S. Pietro. Nella scelta di questo tema pittorico, con ogni probabilità, i frati Carmelitani hanno il loro peso politico.
Masolino e Masaccio lavorano agli affreschi in gran sintonia. Per evitare una frattura stilistica fra una parete e l'altra si alternano scambiandosi la postazione di lavoro, non solo, l'insieme è ulteriormente unificato anche grazie all'utilizzo di un'unica gamma cromatica.
Con la morte di Masaccio nel 1428 a soli 27 anni e l'esilio dei Brancacci attorno al 1430, dovuto a uno scontro con gli interessi dei Medici vincitori nella contesa politica cittadina, i lavori nella cappella vengono sospesi.
Solo con la riamissione della famiglia Brancacci a Firenze, nel 1480, la decorazione della cappella può essere portata a termine con l'intervento di Filippino Lippi che, per non creare disarmonie con i capolavori già realizzati, deve necessariamente temprare il suo stile di pittura.
Nel corso dei secoli nella cappella vengono effettuati vari interventi di restauro e pulirura degli affreschi. Nel 1771 la cappella viene danneggiata da un grave incendio che devasta la chiesa, gli affreschi, anche se anneriti si salvano e vengono successivamente ripuliti. Il restauro vero e proprio ha luogo fra il 1983 e il 1990 al termine del quale viene rivelata, nello stupore internazionale, una cappella "inedita" restituita ai brillanti colori di Masaccio, ai chiari e soffusi cromatismi di Masolino e alla parte riconoscibile dell'intervento di Filippino Lippi.
E' la meraviglia che possiamo ora ammirare nel suo pieno splendore!

Graziella Scala

Mostra “I disegni originali del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci” presso la Biblioteca Ambrosiana a Milano

Se non fosse per il Codice Atlantico, varrebbe comunque la pene di visitare la Biblioteca Ambrosiana solo per la ricchissima pinacoteca. Ha dei capolavori assoluti come Il musico di Leonardo, la Canestra di frutta di Caravaggio, il Ritratto di dama di Giovanni Ambrogio de Pedris, la Madonna del padiglione di Botticelli, il Presepe di Barocci, l’Adorazione dei magi di Tiziano, la Sacra famiglia di Bernardino Luini, il Fuoco e acqua di Bruegel oltre ad altre opere dei grandi del Rinascimento, tra cui il cartone di Raffaello della “Scuola di Atene” in Vaticano dalle ragguardevoli dimensioni di metri 8,04 x 2,85.

Biblioteca e pinacoteca fanno parte dell’Accademia Ambrosiana istituita nel 1618 per volontà dell’arcivescovo Federico Borromeo per la formazione e l’educazione del gusto estetico in conformità ai canoni del Concilio di Trento. E in effetti fa una certa impressione leggere sulle targhette sotto i quadri: “dono dell’arcivescovo Federico Borromeo – anno 1618”.

Oltre ai quadri della pinacoteca, l’altro grande tesoro dell’Ambrosiana è la Biblioteca che possiede quasi un milione di libri, dei quali una perla è la Galleria Resta o Galleria portatile un volume di grande formato con disegni di vari maestri, tra i quali spicca ancora una volta Raffaello. Tra le opere ci sono migliaia di incunaboli, migliaia di cinquecentine, 36.000 manoscritti in latino, italiano, greco, arabo, siriaco, etiopico e non solo, 12.000 disegni (Raffaello, Pisanello, Leonardo, ecc,.), 22.000 incisioni, mappe antiche, manoscritti musicali, pergamene e papiri.

Ma arriviamo al Codice Atlantico. E’ la più ampia collezione del mondo di fogli leonardeschi. Il suo nome deriva dal grande formato, tipico di un atlante appunto. Fu uno scultore Pompeo Leoni verso la fine del ‘500 a raccogliere in un solo grande volume di 402 fogli più di 1700 scritti e disegni vinciani. Nel 1637 fu donato all’Ambrosiana insieme ad altri 11 manoscritti di Leonardo. Portati da Napoleone a Parigi, fecero poi ritorno a Milano e sono rimasti fino ai giorni nostri per un totale di 1.119 fogli, rilegati in 12 volumi di tale peso da pregiudicarne la conservazione.

Grazie alla sponsorizzazione di una società di elettronica sono stati sfascicolati per poter essere preservati nelle migliori condizioni ambientali e vengono esposti al pubblico nella collegata Sacrestia del Bramante, trasformata da tempo in biblioteca. La sala della biblioteca non è molto grande (un po’ meno di un campo da basket) e ai suoi lati vengono esposti una ventina circa di fogli leonardeschi a rotazione trimestrale con testi e disegni omogenei (botanica, uccelli e volo, terra, anatomia, tecnologie, ottica, idrografia, ecc.).

Fin qui tutto bene; purtroppo c’è da aggiungere che non si vedono bene e che si è condizionati dall’argomento selezionato. Fino al 10 marzo 2013 ci sono fogli di non grandi dimensioni inerenti “Diluvi e profezie” con pochi disegni e molto testo (ovviamente illeggibile perché Leonardo scriveva a rovescio e ci vorrebbe uno specchio per capire la scrittura).

L’aspetto che però colpisce di più è la scelta espositiva. Molto positivo è l’uso di piccoli tablet al posto delle targhette esplicative, che essendo retro illuminati finalmente si leggono bene e che inoltre presentano a rotazione il testo italiano ed inglese; ma resta del tutto incomprensibile perché il cartello esplicativo a fianco del foglio leonardesco sia in cartoncino stampato e lasciato in penombra come i testi originali. Si capisce benissimo la necessità di non sottoporre a luce forte uno scritto del 1500, ma un cartello esplicativo non poteva essere illuminato per poterlo leggere decentemente o meglio sostituito con un grosso tablet che è illuminato, visto che lo sponsor ne produce a milioni?

Fatta la solita critica da parte dell’appassionato, al quale non va mai bene nulla, rimane l’emozione di ammirare disegni e scritti del più grande artista e scienziato: Leonardo da Vinci. E, anche se sono in ombra, si vedono delle cose uniche, che mai erano state a disposizione del pubblico e che valgono comunque e sempre un viaggio.

Inoltre si visita la pinacoteca, che già da sola merita un pellegrinaggio e, per di più, l’esposizione del Codice Atlantico non ha un termine. Ultimo atout: non si fanno code, grazie alla presenza di altre mostre a Milano più glamour come al momento quella su Picasso nel vicino Palazzo Reale.

Per saperne di più i siti sono: www.ambrosiana.it e www.leonardo-ambrosiana.it.

Per visitare la mostra conoscendo meglio Leonardo consiglio il libro di Martin Kemp, Leonardo da Vinci. Le mirabili operazioni della natura e dell’uomo, Mondadori edizioni.

Maurizio Pedrinella

 

L’Antico Egitto nell’Osireion di Abydos
Si tratta di una mostra che fino a poche settimane fa era allestita presso la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, a Venezia. Realizzata dal fotografo veneziano Paolo Renier, principalmente in collaborazione con il Museo Egizio di Firenze e l’Associazione italiana Friends of Abydos, la mostra colpisce per la sua accuratezza e precisione. Attraverso un percorso che si snoda tra gigantografie e imponenti pannelli, i visitatori, aiutati anche da testi esplicativi, da accurate piantine e quattro brevi filmati, riescono a camminare virtualmente in questo sito davvero superbo e ben conservato. Abydos sorge a 20 km ad est del corso del Nilo e si trova a 550 km a sud del Cairo e a 80 km a nord da Luxor. Gli scavi archeologici testimoniano che il luogo è stato lungamente utilizzato:
a) nella parte più antica sono stati trovati reperti e sepolture risalenti ai periodi predinastico e proto dinastico,
b) un’imponente cinta muraria di mattoni crudi a delimitare (presumibilmente) un luogo di culto risale alla II dinastia,
c) resti del tempio di Osiride alle spalle di laghi a lui sacri contribuiscono al grande mistero del “villaggio sepolto”(il significato del nome arabo di Abydos),
d) il tempio di Ramses II consacrato ad Osiride e ad Amon-Ra dallo stesso faraone, costruito in arenaria con inserti in granito, su alcuni pareti conserva meravigliosi decori con ancora colori vivi e intensi che lasciano immaginare la sontuosità che il tempio trasmetteva,
e) il tempio di Sethi I, padre di Ramses II, presenta sette sacrari e i cartigli dei 76 faraoni precedenti (sui quali gli studiosi hanno ricostruito la giusta successione dinastica),
f) infine, sepolto nella sabbia e sommerso nelle acque, l’Osireion, costruzione unica in tutto l’Egitto non ancora completamente interpretata dagli archeologici, che nella così detta Camera del Sarcofago disvela, nel soffitto a schiena d’asino, una sublime rappresentazione astronomica e religiosa della XIX dinastia. In mostra, questa stanza è perfettamente fruibile dai visitatori, in quanto riprodotta interamente dalle mirabili fotografie in scala 1:1 del Renier che permettono di godere appieno dei dettagli di queste raffigurazioni, dato che in situ la Camera è allagata e difficilmente raggiungibile ed illuminabile.
Questa mostra, frutto della passione per i viaggi, l‘Egitto e l’archeologia del suo curatore, mette in chiara evidenza l’importanza storica e la bellezza artistica di questa zona dell’Antico Egitto meno conosciuta.