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Nell'incontro di martedì 5 novembre 2013 si è parlato di Magna Grecia, della  sua fondazione a partire dalla prima metà dell'VIII sec. a. C. e del fenomeno storico definito impropriamente “colonizzazione greca”. La terminologia di “colonia” con cui solitamente viene definito il trasferimento dei Greci in Occidente è un termine semplicistico ed inesatto con cui la cultura umanistica ha tradotto in latino un concetto greco. Apoikia è il termine corretto, che alla lettera significa “allontanamento da casa”. Allontanarsi per compiere un ktisma, cioè un atto di fondazione, per fondare e popolare una regione da parte degli apoikoi.    
Megàle Hellàs la chiamavano i greci, Magna Grecia i latini, per l’appunto una Grande Grecia, più grande e più ricca di quanto fosse la madrepatria. E' Polibio ad usare per la prima volta il termine indicando tutta la parte meridionale della penisola costellata da colonie greche, dal Mar Ionio al Mar Tirreno.

Si è parlato di storia, quasi un pretesto, perché il tema principale dell'incontro è stato l'abbigliamento femminile in voga in quelle regioni e il ragionare sulle contaminazioni che l'abbigliamento usato in Grecia ha subito venendo a contatto con le nuove popolazioni. Acconciarsi i capelli in un certo modo o indossare un certo tipo di abito dimostra l'appartenenza a un ceto sociale, l'abbigliamento come parte integrante della cultura di un popolo e spiraglio interessante per la comprensione del mondo antico, della storia antica. L'assimilazione e l’integrazione fra gli “italici”, cioè  le popolazioni già presenti sul territorio, che con termine improprio si definiscono “indigene”, e gli “italioti”, cioè le nuove popolazioni, diventa una realtà agevolata anche dalla supremazia culturale e dal grande prestigio che godono le opere artigianali greche. La ricca società indigena si identifica col mondo greco e aderisce a modelli ideali aristocratici, propri della cultura greca, cultura che così si diffonde e contagia il mondo meridionale, tanto che “vestire alla greca” è segno di grande distinzione per l’élite e per il nuovo ceto emergente.      
Si è dimostrato come gli abiti femminili raffigurati nella pittura vascolare della prima produzione ceramica italiota vengono sostituiti nelle produzioni ceramiche successive progressivamente, ma con un'accelerazione sensibile, da abiti di tessuto leggerissimo con ricami, fregi figurati, elaborate bande geometriche e addirittura con applicazioni di lamine auree. Confrontando la tunica ellenica del V secolo con l'abito della Magna Grecia del 370/350 a. C., si vede come l'essenzialità della tunica ellenica viene elaborata dalla fantasia del gusto italico che, pur aderendo allo stile greco, non rinuncia alle proprie caratteristiche. L'abito diventa così ricco, il tessuto leggero e trasparente con bordi ricamati e  decorati con  lamine  auree e impreziosito dall'uso di fili d'oro nella trama. Plinio ricorda l'importanza dei laboratori pergameni per le aurate vestes ed è nota anche l'esistenza di un abito di maglia aurea definito chrysouphes e del chrysoupoikilos, un abito tessuto in lana o in seta  interamente ricamato d'oro.

In Magna Grecia, era Taranto famosa per la lavorazione e la tintura della lana e per la produzione di capi di abbigliamento. Questa attività è indirettamente documentata dalla diffusione del tarantinidion, un abito confezionato con un tessuto leggerissimo, il “bisso marino”, ottenuto dalla lavorazione della lanuggine prodotta dal Pinna nobilis, un grande mollusco bivalve presente nel Mediterraneo. Se ne ricavava un materiale tessile, dai riflessi dorati e scintillanti come la seta che a Taranto veniva chiamato lanapinna o lanapesce. Nel I sec. d. C. il poeta romano Marziale descrive il tarantinidion dicendo che “il suo colore è simile a quello del vino addolcito col miele”. Questa lavorazione a Taranto prosegue fino al 1960 e cessa quando il Pinna Nabilis viene riconosciuto come specie marina protetta.
Se si producevano abiti, si dovevano anche vendere... Esichio cita un estalopia, ovvero un mercato di vestiti distinguibile dalla collocazione dell'agorà... un po' come il nostro mercato della “Piazzola”, insomma, qua Piazza Maggiore, l'agorà e là l'estalopia, il mercato della Piazzola!
La trasparenza e la leggerezza che accomunano pressoché tutti i panneggi femminili  dipinti  sulle ceramiche  italiote del  IV sec. possono forse ricollegarsi a quelle vesti che le  coeve fonti letterarie esaltano per le medesime caratteristiche, prime fra tutte le famose “vesti amorgine”, tessute con una preziosa fibra serica di natura selvatica. Aristofane, in Lisistrata, dice: “le donne vestite di chitoni amorgini paiono praticamente  nude” e Platone aggiunge: “le amorgine sono le vesti più costose sul mercato e hanno  fatto la fortuna dei fabbricanti”. Il grande business del momento!
Moltissimi i gioielli rinvenuti nelle sepolture e si è visto che le differenze culturali nell'uso di ornarsi con gioielli preziosi sono piuttosto evidenti tra le sepolture italiote e quelle italiche. Nelle sepolture italiote è raro trovare ornamenti di valore eccezionale, mentre nelle italiche, soprattutto quando si tratta di personaggi dominanti, sia maschili che femminili, si nota come siano presenti concentrazioni significative di ornamenti preziosi. Questa caratteristica rientra nelle forme culturali anelleniche, sempre particolarmente attente all'ostentazione. Gioielli come diademi, orecchini, collane, fibule, anelli, bracciali in oro e in argento in varie fogge, ma si è visto che la tipologia di molti modelli è in voga contemporaneamente in tutto il bacino del Mediterraneo, il ché la dice lunga sulla vivacità delle attività commerciali in tutta la zona! Gioielli e oggetti preziosi di straordinaria raffinatezza che ben rappresentano la ricca società e la cultura che si era sviluppata nelle colonie della Magna Grecia.  


A conclusione, si è aggiunto che le lotte intestine e l'eterna rivalità fra le varie poleis saranno la causa dell'indebolimento delle città magno-greche che inevitabilmente diventeranno facile preda dei conquistatori romani. L'ultima città dell'Italia continentale, Taranto, cade in mano romana nel 272 a. C., Siracusa, in Sicilia, nel  212 a. C. La fine della Magna Grecia coincide con la conquista romana, perché con la perdita di autonomia inizia il declino e di conseguenza si delinea una crisi economica, politica e demografica sia delle poleis italiote che dei centri indigeni dell'entroterra, l’intera Magna Grecia è coinvolta in un processo inesorabile di decadenza e sarà la fine.
Cicerone, nel 44 a. C., nel dialogo filosofico “De Amicitia”, riferendosi alla Magna Grecia scrive: “... quae nunc quidem deleta est, tum florebat...”, la Magna Grecia, che ora è  distrutta, allora era fiorente...

Annamaria Menarini e Graziella Scala