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Bologna città ospitalissima”: così la definiva Leopardi, uno della nutrita serie di genî letterari che soggiornarono a Bologna tra la metà del '700 e la metà dell’800, in un periodo, cioè, che da coloro che lo vissero fu percepito come un’accelerazione senza precedenti dei ritmi della storia e delle dinamiche della società.

Girare per l’Italia senza fermarsi a Bologna era allora praticamente impossibile; una tappa di una trentina di chilometri poteva anche richiedere un’intera giornata di carrozza, tra mille patemi d’animo per la sicurezza dei viaggiatori e del loro bagaglio. Inoltre la fama della città universitaria, Madre delle Scienze (come la chiamava Carlo Goldoni), costituiva un potente richiamo per illustri ingegni italiani e stranieri, unitamente alla profusione di opere d’arte custodite nelle varie gallerie pubbliche e private e alla gloria internazionale del suo teatro d’Opera.

Le prime impressioni dei visitatori del Nord Europa (Goethe, Stendhal, Shelley, Byron, Dickens) concordano nel definire Bologna una città severa, addirittura triste, a causa dei portici che restringono le vie e che accolgono tra le loro ombre tutta l’animazione cittadina. Il viaggiatore impaziente di incontrare le dolcezze e le mollezze del Sud, incontra invece a Bologna un Nord che non si decide a mollare la presa. Bologna non si presta al gusto del “pittoresco”, né conquista il viaggiatore con bozzetti di colore locale, come succede invece in contrade più mediterranee e climi più miti, e non è nemmeno una città “romantica”. Shelley è l’unico a elaborare, durante una passeggiata al chiaro di luna, una fantasia visionaria sulle due torri, le cui geometrie sghembe gli fanno sembrare la città come scossa da un terremoto. Sia Byron che Dickens, in tempi diversi, trovano che la parte più amena di Bologna sia il cimitero della Certosa, con i suoi grandi spazi, il verde e l’ineffabile malinconia dei tesori d’arte che racchiude. Goethe, il giorno che lascia Bologna, non saprebbe dire se se ne sia strappato riluttante o ne sia stato scacciato.

Eppure “A Bologna potrei trovare la felicità” scriveva Stendhal nel 1811: amante dei salotti, sensibile cultore d’arte, melomane infaticabile, vedeva in Bologna (come già in Milano) una sua patria di elezione, con il pregio aggiuntivo del gusto per il buon vivere e della presenza di donne dai grandi “occhi italiani” e dai modi schietti, con le quali, grazie all’esprit francese, contava di andare a colpo sicuro. La realtà non era così semplice per il forestiero, e lui stesso più tardi se ne accorse, come del resto se ne accorse Foscolo, che a Bologna si accese di passione per Cornelia Martinetti, seduttiva e sfuggente, e ne fu respinto.

Bologna accoglieva l’ospite con mille “carezze”, come le chiamava Leopardi, ma era difficile, per non dire impossibile, andarle, per così dire, “sotto la pelle”. Dietro le quinte della buona società, sia papalina che bonapartista, vigevano leggi non scritte e si usavano codici che Leopardi non conosceva e di cui, in ogni caso, non si sarebbe certo curato, e questo lo espose ad amare delusioni. Bologna era prudente, diffidente del nuovo, aliena da tutti gli eccessi, in letteratura e in arte ostinatamente classicista, anche se al volgere del secolo lo stato delle Lettere era alquanto pietoso, e i palazzi nobiliari con le loro favolose collezioni d’arte, in mano a proprietari dissipatori e impoveriti, offrivano, come scrive Stendhal, uno strano spettacolo di “grandiosità e sporcizia”.

Nel Secolo dei Lumi, un grande intellettuale come il marchese Albergati aveva ospitato Goldoni e aveva sostenuto la sua riforma teatrale in senso borghese, ma era stato osteggiato e isolato dalla sua classe, e lo stesso Goldoni, tentando di conquistare il pubblico bolognese, si era scontrato con una mentalità passatista dura a morire. Con altrettanta cautela Bologna accolse i francesi, che entrarono da porta San Felice in una città tutta infiorata e festonata, ma solo perché nel rione si celebravano gli Addobbi. Durante la Restaurazione, la Carboneria fece a Bologna una timida apparizione e ad essa si unì anche Byron, ma ben presto le classi che contavano si tirarono indietro, timorose di un salto nel buio che avrebbe pregiudicato i loro affari.

Attraverso le loro memorie quegli scrittori ci hanno lasciato un profilo di Bologna fatto di complessità e di contraddizioni, una città che non si può definire in due parole, a meno di dire grossolane banalità. Oggi l’anima bolognese è ancora più complessa e contraddittoria, ma a volte sembra essa stessa compiaciuta delle proprie semplificazioni lungamente collaudate, come se non volesse guardarsi dentro e, soprattutto, guardare avanti. Rileggere ogni tanto le pagine di quegli “illustri ospiti” non potrebbe farle che bene.

Alessandra Lelli